THE BATTLE OF KYIV

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Il 13 marzo 2022 è stata una giornata particolarmente impegnativa sul fronte della battaglia di Irpin, alla periferia di Kiev; quel giorno anche un freddo gelido e pungente faceva la sua parte. Durante tutta la settimana l’esercito russo aveva cercato di avanzare per invadere la capitale.
È anche il giorno del mio 42esimo compleanno: è così che cerco di spiegarmi irrazionalmente il motivo per cui quel colpo di un cecchino mi abbia mancato di pochissimo.
Non è andata così però per Brent Renaud, il giornalista deceduto a poche centinaia di metri da me e dai due colleghi ucraini con i quali, da tempo, coprivamo la prima linea del fronte tra Irpin e Bucha. Cercavamo di capire di giorno in giorno come si evolvesse il conflitto e se i russi avrebbero davvero sfondato e invaso Kiev.
Da quel giorno la guerra per noi è cambiata e ad oggi sono decine i giornalisti e reporter caduti in questo conflitto.

Con questo racconto cerco di immergere tutti in uno scenario di guerra urbana.

Quel giorno dunque a Irpin c’è una grande confusione: non si capisce più, a differenza dei giorni precedenti, dove siano asserragliati i russi: la città non è più divisa da quella linea immaginaria che era stata per giorni segnata dal viale centrale che la attraversa.
Quella domenica, 13 marzo, cercavamo di avvicinarci alla battaglia, andavamo a zig zag tra le stradine muovendoci lungo i muri o tra un albero e l’altro, cambiando percorso a seconda delle esplosioni e delle sparatorie che sentivamo. Come ogni giorno trovavamo le tracce dei combattimenti notturni: quei palazzi che il giorno prima erano integri ora erano in fiamme e sventrati dalle esplosioni. I cani vagavano per le strade o giacevano morti, così come le persone distese per terra, abbandonate per l’impossibilità di essere recuperate. Pochi sopravvissuti vagavano tra le macerie cercando qualcosa da mangiare nei negozi semidistrutti.

Avvicinandoci verso il fronte l’odore si fa sempre più acre, un fumo nero ci avvolge a tratti, passiamo per una zona residenziale fatta di casette con giardino, c’è una palestra ancora in fiamme per il colpo di un mortaio.
Proseguendo costeggiamo un parco pubblico per bambini e, girato l’angolo, noto in lontananza una panchina con una figura che indossa un piumino rosa, e’ immobile.

I combattimenti continuano su più lati, ogni passo deve essere calcolato, oltre alle macerie ci sono proiettili inesplosi, pezzi di ferro e muratura che cadono dalle case e dai palazzi.
Proseguiamo ancora tra le macerie lungo i muri e la figura sulla panchina si scopre essere una donna riversa su se stessa: le schegge della bomba caduta a pochi metri di distanza l’hanno colpita nel collo e nelle gambe dissanguandola.
I suoi vicini le passano davanti in silenzio, ormai abituati alla vista dei corpi dei propri compaesani riversi a terra.

Procediamo verso la prima linea, in corrispondenza di un ponte che divide Irpin dal paesino accanto, Bucha, occupata dai russi. Scopriremo solo 20 giorni dopo le atrocità che lì i cittadini hanno dovuto subire. Su quel ponte i civili cercano di scappare e chi riesce a raggiugere il nostro lato viene velocemente caricato su ogni mezzo disponibile in un’ultima corsa verso la salvezza, verso Kiev.
Sulla prima linea rimangono i soldati vicino ad un bunker che molti anziani non vogliono abbandonare. Fuori c’è un uomo che tiene aperta una piccola baracca che chiama il “Ristorante Stellato sul Fronte”. Cucina per i militari a 10 metri esatti dall’ultimo avamposto degli ucraini che, riparati dai sacchi di sabbia, controllano con il binocolo le postazioni russe al di là del ponte a poca distanza.

Superando l’avamposto ci si trova tra i due schieramenti separati da poche centinaia di metri, terra di nessuno; é l’unico spazio lasciato solo ai corpi dei soldati e dei civili morti. Tra le carcasse dei carriarmati alcuni civili con fazzoletti bianchi o effigi religiose in mano camminano nella speranza che in quel momento nessun cecchino russo si voglia sfogare o divertire su di loro. E’ una roulette russa e, per quanto l’espressione sia tristemente ironica, rispecchia perfettamente la realtà; i militari ucraini li aspettano dietro l’ultima barricata perché se andassero loro incontro (in quel fazzoletto di terra) verrebbero sicuramente bersagliati dal fuoco nemico.
Questo è il momento in cui si corre, si striscia, si cammina intorno ai cadaveri dei soldati russi in decomposizione per provare a fare uno scatto e portare una testimonianza che possa far vivere al “pubblico lontano” come si stia combattendo questa guerra.

Ma oggi sul fronte di Irpin regna troppa confusione, troppi colpi di mortaio cadono senza una logica, si svolgono combattimenti confusi. I soldati ci dicono che in una parte della città non c’è più confine e che i russi si sono vestiti da civili per potersi confondere tra i profughi e cambiare posizioni. Noi stessi incontriamo giovani in abiti civili che ci insospettiscono, abituati ormai ad imbatterci principalmente in vecchi, poveri e disadatti che sono gli ultimi a rimanere anche in queste fasi dei conflitti, insieme con i malati nascosti negli scantinati delle chiese e assistiti da pochi coraggiosissimi volontari.
Decidiamo quindi di allontanarci velocemente dal fronte e di tornare verso zone più sicure dopo aver verificato la situazione. Così, sempre alla cieca, ricominciamo ad attraversare la città verso Kiev, ci fermiamo vicino ad uno spazio verde tra un palazzo e delle case per capire la direzione da prendere ascoltando gli spari, guardandoci intorno. Proprio in quel momento il sibilo di un proiettile mi passa sulla testa e colpisce un albero vicino; prendiamo copertura, per fortuna se ne capisce la provenienza e ci spostiamo in direzione opposta. Da lì ce ne andiamo in fretta ma poche centinaia di metri dopo sentiamo altri colpi vicini, in gergo si chiamano “close range fire”. I colpi provengono da fucili o mitragliatori e troviamo strano che si spari così in quella zona da cui siamo passati poco prima: pensavamo che fosse sotto il controllo degli ucraini, ma quel giorno a Irpin ancora una volta tutto è cambiato.

Riusciamo ad arrivare sul ponte vicino Kiev grazie al passaggio in macchina di un volontario che fa la spola tra la chiesa e l’ospedale di Irpin dove ci sono ancora tanti vecchi e malati: è la zona in cui prendere cibo e medicine in sicurezza. L’auto vola per queste strade deserte schivando talvolta le carcasse di altre auto esplose: meno tempo impieghiamo a percorrerle minori sono le probabilità di essere centrati da un colpo.

Solo quando arriviamo sotto l’ahimè famoso ponte di Irpin scopriamo la morte del collega americano. Intanto i russi ricominciano con i mortai, mi allontano da quella zona sensibile con il presentimento che lì sarebbero piovute ancora bombe. Da lì a pochissimo infatti ricadono colpi di mortaio e gli alberi diventano ancora una volta un elemento da abbracciare.

Solo dopo si torna a casa a preparare testi, foto, video affinché quanti di più possano vedere e capire.

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